7 Marzo 2022
Stop del mais dall’Ungheria è crisi per l’agricoltura

Stop del mais da Ungheria e Ucraina: all’impennata dei prezzi si aggiunge ora la mancanza di mangime per nutrire gli animali

La decisione dell’Ungheria di ostacolare le esportazioni nazionali di cereali, soia e girasole, mette a rischio un allevamento italiano su quattro. L’alimentazione degli animali è infatti dipendente dal mais importato da Ungheria e Ucraina, che rappresentano i primi due fornitori del prezioso e indispensabile cereale in Italia e ora hanno di fatto bloccato le spedizioni. L’allarme viene lanciato da Coldiretti, che denuncia il comportamento irresponsabile di un Paese che fa parte dell’Unione Europea - l’Ungheria - che ha bloccato anche l’export di grano e altri cereali come segale, orzo, avena e quello di semi di soia e di girasole fino al prossimo 22 maggio.

"È stata notificata a Bruxelles una decisione che compromette il mercato unico e mina le fondamenta stesse dell’Unione Europea", afferma il presidente nazionale di Coldiretti Ettore Prandini sollecitando "un opportuno intervento della Commissione europea per fermare comportamento assurdo e assicurare il regolare funzionamento del mercato unico".

Stop del mais: conseguenze gravi

Dall’Ungheria sono arrivati in Italia ben 1,6 miliardi di chili di mais nel 2021, mentre altri 0,65 miliardi di chili dall’Ucraina, per un totale di 2,25 miliardi di chili. Si tratta di circa la metà delle importazioni totali dell’Italia, che secondo le analisi di Coldiretti dipende dall’estero per oltre la metà del proprio fabbisogno. "Siamo di fronte a una nuova e violenta fase della crisi, dopo l’impennata dei prezzi che ha già messo in ginocchio le nostre imprese, arriva il rischio concreto di non riuscire a garantire l’alimentazione del bestiame" precisa Valter Giacomelli presidente di Coldiretti Brescia -. In provincia di Brescia sono allevati oltre 500.000 bovini, 1.300.000 suini e 74.000 scrofe, senza dimenticare l’importante settore avicolo insieme all’allevamento di pecore e di capre che già stanno soffrendo. Così le aziende rischiano veramente di non riuscire a sopportare la situazione".

Il prezzo del grano ha messo a segno un aumento del 40,6% in una settimana per un valore ai massimi da 14 anni di 12,09 dollari per bushel (27,2 chili) che non si raggiungeva dal 2008. Ma su valori al top del decennio si collocano anche le quotazioni del mais, mentre la soia sale del 5% nella settimana, secondo l’analisi della Coldiretti alla chiusura settimanale del Chicago Board of Trade. "La pandemia prima e la guerra poi hanno dimostrato che la globalizzazione spinta ha fallito – torna a precisare il presidente di Coldiretti nazionale Ettore Prandini -. Servono rimedi immediati e un rilancio degli strumenti europei e nazionali che assicurino la sovranità alimentare come cardine strategico per la sicurezza".

Proposte urgenti da Coldiretti

All’appello del presidente Prandini si unisce dunque quello del presidente bresciano Giacomelli. "Bisogna intervenire subito  – aggiunge Giacomelli -, facendo di tutto per non far chiudere le aziende agricole e gli allevamenti sopravvissuti, partendo in primis dallo sblocco degli 1,2 miliardi di euro già stanziati nel Pnrr per i contratti di filiera. Ma anche incentivando le operazioni di ristrutturazione e rinegoziazione del debito delle imprese agricole a 25 anni attraverso Ismea, riducendo l’Iva per sostenere i consumi alimentari, prevedendo nuovi sostegni urgenti per i settori più in crisi a causa del conflitto e del caro energia e fermando le speculazioni sui prezzi pagati degli agricoltori con un efficace applicazione del decreto sulle pratiche sleali". La stessa Pac e il Pnrr sembrano già inadeguati a rispondere alle esigenze del tempo nuovo che stiamo vivendo e vanno modificati. Eliminando ad esempio l’obiettivo del 10% di terreni incolti previsto nella strategia biodiversità.

Ulteriori misure riguardano l’aumento della produzione e delle rese dei terreni con i bacini di accumulo delle acque piovane per combattere la siccità e il contrasto dell’invasione della fauna selvatica, che sta costringendo in molte zone interne all’abbandono nei terreni. Serve infine sostenere la ricerca pubblica dedicata all’innovazione tecnologica e le NBT a supporto delle produzioni, della tutela della biodiversità e come strumento in risposta ai cambiamenti climatici.

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